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L’intelligenza artificiale potrebbe rivoluzionare il trattamento e la gestione dei pazienti affetti da cardiopatia coronarica. E’ infatti questo quello che promette il nuovo programma sviluppato nell'ambito del progetto SMARTool  finanziato dalla Commissione Europea nell’ambito del Programma Horizon 2020 e coordinato dall’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ifc). La piattaforma messa a punto dai ricercatori  utilizza intelligenza artificiale e tecnologia cloud per agevolare il controllo dei pazienti affetti da cardiopatia coronarica (Cad). La piattaforma include una serie di modelli multiscala e multilivello di caratterizzazione e di progressione della placca integrata con dati di varia natura specifici del paziente (sintomi, fattori di rischio, stile di vita, esami del sangue, dati genetici, profilo lipidico) ed elaborati da algoritmi di intelligenza artificiale.

La malattia coronarica (CAD) e la sua complicanza principale, l’infarto miocardico, è una delle principali cause di morte e disabilità sia nei Paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo. Ogni anno si stima che uccida circa 70.000 persone in Italia. Numeri che giustificano un progetto così ampio e ambizioso. “La gestione delle informazioni ha avuto inizio circa 5 anni fa, quando è stata effettuata la prima collezione di esami diagnostici (Tac, prelievi, ecografie etc.) effettuati su pazienti affetti da cardiopatia coronarica”, riferisce Silvia Rocchiccioli, ricercatore presso l’Ifc e coordinatrice del progetto. “Le informazioni sono state quindi raccolte e analizzate da una intelligenza artificiale, che ha confrontato i risultati degli esami effettuati a distanza di tempo sugli stessi pazienti, verificando la predisposizione all’insorgenza della malattia e i fattori ad essa legati. In questo modo - continua -  abbiamo potuto sviluppare un algoritmo diagnostico innovativo per il calcolo del rischio che ha presentato un’accuratezza dell’80%”. Un risultato notevole, che ha coinvolto 10 partner pubblici e privati, specializzati nella ricerca clinica e scientifica di 9 paesi europei, e 4 centri clinici di supporto per la raccolta dei dati che hanno lavorato a stretto contatto per tre anni e mezzo, coinvolgendo medici, biologici, chimici, informatici ed ingegneri.

“Grazie allo studio è stato possibile identificare - riferisce Rocchiccioli - una serie di geni coinvolti in determinati meccanismi associati alla presenza/severità di Cad: ad esempio, si è dimostrato che l’ipertensione è uno dei fattori di rischio per la progressione della malattia. Il progetto ha inoltre confermato che una concentrazione nel sangue doppia rispetto ai soggetti sani di alcune molecole infiammatorie (come la Interleuchina-6) è associata ad un maggiore rischio di progressione della malattia nel tempo, mentre una concentrazione dimezzata di leptina (un ormone coinvolto nella regolazione del bilancio energetico) è direttamente correlata alla severità della malattia”. L’obiettivo finale del progetto è quello di fornire al cardiologo un sistema capace di aiutarlo nella identificazione più accurata possibile del soggetto realmente a rischio di eventi clinici avversi quali l’infarto, favorendo sia un miglior trattamento del paziente in termini di cura efficace, sia rendendo più efficiente il sistema di diagnosi con una forte riduzione dei costi per i sistemi sanitari dei paesi dell’area Unione Europea.