Accise sulle sigarette, il tema non è “fiscale”


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“Quando non sanno come prendere i soldi alzano i prezzi delle sigarette”, si lamenta da sempre, con ragioni inconfutabili, qualunque sia il Governo del momento. Solo che a invocare tali rialzi non sono stavolta i tecnici di qualche ministero o partito, ma gli stessi operatori sanitari, con appelli e cifre circostanziate divulgate da tempo.

Queste riguardano anzitutto la portata del problema del fumo, che secondo una recente indagine globale provoca una strage da 6 milioni di morti l’anno, circa 100mila solo in Italia, la metà per tumori, l’altra metà per patologie cardiovascolari e respiratorie, con tutto quel che consegue  anche in termini di costi per i contribuenti e per l’intero sistema economico e sanitario.

Da qui l’appello, sottoscritto a inizio anno da una trentina di società scientifiche italiane per la messa in atto di un’aggressiva strategia nazionale che faccia leva soprattutto su politiche di prezzo. Il presupposto non è punitivo ma appunto scientifico. Un altro studio globale ha stimato recentemente che un aumento di prezzo consentirebbe di ridurre di circa un terzo l’entità di tale strage. Nel dettaglio, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, “se tutti i paesi aumentassero le accise di circa 0,80 dollari a pacchetto, i prezzi al dettaglio delle sigarette aumenterebbero di circa il 42%, portando a una diminuzione dei fumatori pari al 9%, ovvero a 66 milioni di tabagisti adulti in meno".

Sull’obiezione di una penalizzazione selettiva delle fasce più deboli innescata dall’aumento del prezzo, gli esperti rovesciano il problema. “Sono soprattutto i fumatori a reddito basso e con bassi livelli di scolarizzazione a beneficiare dell’aumento del prezzo”, spiega l’epidemiologo Giuseppe Gorini, notando che i più abbienti siano viceversa meno sensibili, proprio per la loro migliore situazione materiale, alle strategie basate sui costi.

“L’aumento del prezzo è una strada già percorsa con successo da altri Paesi come l'Australia, la Norvegia e l'Irlanda”, incalza il presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica Carmine Pinto, che stima un “recupero di 700 milioni di euro l’anno” per il solo rialzo di un centesimo a sigaretta. Sempreché, naturalmente, non si tratti di un sotterfugio fiscale per coprire qualche “buco” qua o là, bensì di una seria “battaglia di civiltà” orientata strategicamente a spendere quei risparmi nel miglioramento della ricerca e nel sostegno farmacologico alle famiglie.