Occhio al fegato, tra diete sbagliate e speranze scientifiche


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Tra convegni e nuove ricerche scientifiche si parla molto del fegato in questi giorni. E lo si fa sulla scia di dati piuttosto preoccupanti sulle patologie che lo coinvolgono, nonché del nesso, sempre più evidente, sull'incidenza di un'alimentazione sbagliata. Il cosiddetto “fegato grasso” - in termini scientifici la “setaosi epatica non alcolica” (Nafld) - include un ampio gruppo di malattie al fegato (che possono culminare nella cirrosi), definite da una presenza di grassi che supera il 5-10% del peso dell'organo stesso. Ebbene, se ne calcola oramai una prevalenza del 20-30% nei Paesi occidentali, e non risparmia i bambini, stimati al 10%.

“La NALFD ha raggiunto livelli di epidemia e ha un impatto sostanziale sulla salute pubblica”, ricordano gli scienziati del Framingham Heart Study, nel Massachusetts, che hanno pubblicato nei giorni scorsi, sulla rivista Gastroenterology, gli esiti di una corposa ricerca condotta su 1521 pazienti, seguiti per sei anni.

Da notare che nessuno dei partecipanti aveva una storia di eccessivo consumo di alcol, proprio per concentrare l'attenzione sull'ambito della sola alimentazione. In breve, è emerso un nesso strettissimo tra una dieta eccessivamente ricca di grassi e l'alterazione di tutti i principali marcatori della salute del fegato. Specularmente, un miglioramento nella qualità alimentare ha determinato un beneficio diretto sugli stessi parametri.

Gli scienziati americani avvertono inoltre che la Nafld aumenta i rischi di altre patologie al fegato, incluso il tumore e l'epatite. Il problema è estesissimo negli Stati Uniti, ma lo è anche nel nostro Paese, nonostante una dieta complessivamente più salubre: si stimano oltre due milioni di casi l'anno di epatite B o C, e circa 20mila decessi. I dati sono stati ricordati nei giorni scorsi dall'associazione EpaC Onlus,  che ha promosso un convegno scientifico alle Terme di Chianciano intorno alle parole d'ordine della “personalizzazione della cura”, nonché della “multifattorialità e multidisciplinarietà della malattia epatica”.

Per quel che riguarda i tumori, in Italia sono rilevate quasi 13mila nuove diagnosi l'anno (con prevalenza maschile). Anche su questo, non mancano le novità dalla scienza: recentemente, ad esempio, l'Università elvetica di Basilea ha annunciato la scoperta di una proteina (chiamata “Lhpp”), che avrebbe la capacità di “disattivare” la crescita incontrollata delle cellule tumorali nel fegato e, a detta dei ricercatori, potrebbe rivelarsi utile anche per altri tipi di cancro. La medicina fa dunque i suoi passi, ma la realtà è che la lotta alle patologie epatiche è responsabilità di ciascuno di noi, a iniziare dalla tavola.