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Abbuffate di alcol per divertirsi e sballarsi. E’ una moda pericolosissima,  sempre più diffusa tra i giovani, che non mette solo a rischio il cuore, ma anche i reni. A lanciare l’allarme sono stati gli esperti che si sono riuniti la settimana scorsa a Roma in occasione del congresso di Cardionefrologia. “L’eccesso di bevande alcoliche, specialmente consumate in quantità è un noto fattore di rischio di insufficienza renale”, spiega Luca di Lullo, dirigente medico presso l’U.O.C. Nefrologia e Dialisi dell’Ospedale “L. Parodi – Delfino” di Colleferro (Roma) e responsabile scientifico dell’evento. “E il danno può facilmente diventare cronico anche in considerazione del fatto che le malattie renali sono silenti sino agli stadi più gravi”, aggiunge.

Il binge drinking è diventata una sorta di consuetudine tra i giovanissimi e i giovani, sino ai 24 anni d'età. E quasi sempre non conoscono i rischi che conoscono. “Tra i vari comportamenti, quello che preoccupa maggiormente la popolazione dei nefrologi - spiega di Lullo - sono i nuovi modelli del consumo di alcol diffusi tra i giovani, con in testa il cosiddetto ‘binge drinking’: le ‘abbuffate’ di alcol del fine settimana. Sei o più bicchieri assunti in una sola serata per cercare lo ‘sballo’ e la perdita di controllo ma trovando talora stati di intossicazione alcolica (più precisamente un consumo pari mediamente a 60 grammi di alcol, 5-6 Unità Alcoliche (UA) in cui una UA equivale a 12 grammi di alcol puro)”.

Le conseguenze sono gravissime. “Negli ultimi anni abbiamo assistito a casi di giovanissimi per i quali è stata necessaria la dialisi per contrastare gli effetti di tossicità acuta delle bevande alcoliche”, dice di Lullo. “Oltre ai più noti effetti sul fegato il consumo di alcol sia acuto che cronico può compromettere la funzione dei reni che non riescono più a regolare la quantità di fluidi ed elettroliti nell’organismo”, aggiunge. Il fenomeno, come sottolinea il ministero della Salute nella relazione annuale al Parlamento, interessa circa 8,6 milioni di italiani che hanno una modalità di bere a rischio. Nel 2017 riguardava il 17% dei giovani tra i 18 e i 24 anni con una prevalenza del sesso maschile e  800 mila minorenni (il 22,9% dei maschi e il 17,9% delle femmine) che non si limitano più a consumare vino o birra ma si sono spostati verso cocktail, liquori e distillati ad elevata gradazione alcolica.  

L’alcol e i suoi sottoprodotti tossici, secondo gli esperti, sono in grado di mandare in tilt anche l’equilibrio ormonale che regola la pressione sanguigna e la produzione di globuli rossi. Inoltre l’effetto diuretico dell’alcol porta ad urinare di più e più spesso alterando l’equilibrio di sostanze come sodio, potassio, calcio e fosfati. E aumenta la pressione arteriosa, che è uno dei più noti fattori di rischio per l’insufficienza renale. Non è un mistero che in Italia l’alcol è la prima causa di morte per ragazzi e ragazze sotto i 24 anni (compresi gli incidenti d’auto) e, nel mondo, di 2,5 milioni di persone ogni anno, ma anche di patologie, di danni ad altri e interessa in misura sempre maggiore le fasce più giovani e i paesi in via di sviluppo. Purtroppo il consumo di alcol, secondo gli esperti, è legato culturalmente all’idea di convivialità e se ne sottovalutano i rischi a lungo termine.