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Allo stato attuale, si tratta di una scoperta “alla portata di mano” più o meno come quella dei pianeti forse “vitali” localizzati nei giorni scorsi a qualche decennio di anni luce. Nondimeno c’è chi ci lavora seriamente, e questo avviene anche e proprio in Italia.

Allo stato attuale, si tratta di una scoperta “alla portata di mano” più o meno come quella dei pianeti forse “vitali” localizzati nei giorni scorsi a qualche decennio di anni luce. Nondimeno c’è chi ci lavora seriamente, e questo avviene anche e proprio in Italia. Si tratta della sperimentazione di possibili sviluppi di una sorta di ibernazione nella lotta al cancro, e lo “stato dell’arte” è stato illustrato nei giorni scorsi a Boston nel Congresso annuale dell’American Association for the Advancement of Sciences.

Il nodo di base è lo studio della cosiddetta “ipotermia indotta”, e i suoi potenziali effetti benefici, anzitutto per la salute. A una temperatura normale le cellule – malate e non – necessitano di un regolare apporto di ossigeno. Ora, quando il cuore smette di battere, l’apporto sanguigno di ossigeno cessa, sicché lo stesso cervello può resistere non più di cinque secondi circa prima di subire danni irreparabili, se non perire. E tuttavia, a temperature più basse, il bisogno cellulare di ossigeno cala perché l’insieme delle reazioni chimiche si rallenta, tanto che non mancano aneddoti di persone sopravvissute dopo decine di minuti di assenza di attività cardiaca, in quanto si sarebbero trovate per qualche incidente, ad esempio, in un lago ghiacciato.

La novità annunciata dal professor Marco Durante, direttore dell’Istituto di Trento per le Applicazioni della Fisica Fondamentale (Tifpa), in collaborazione con colleghi dell’Università di Bologna, è la scoperta di un “modo di indurre uno stato di quasi letargo in animali che normalmente non ci vanno, come i ratti”, identificando una zona cerebrale che regola la temperatura del corpo. “Inibendo specifici neuroni si abbassa la temperatura”, inducendo una sorta di “torpore sintetico”.

Da tutto questo scaturirebbe un’implicazione clinica cruciale, ossia la possibilità di effettuare pesanti radioterapie antitumorali, o addirittura di aumentarne le dosi, senza incorrere negli ora inevitabili effetti collaterali, in quanto le cellule sane, giacché “ibernate”, potrebbero sopportarli assai meglio.

Nell’obiettivo degli scienziati, dunque, “si potrebbero trattare tutte le metastasi senza uccidere il paziente: lo svegli ed è curato”. C’è chi già tenta la strada avveniristica di “ibernarsi”, magari per “vincere la morte”. Si tratta però solo di cronache amare, senza l’avallo della scienza, che considera ancora non possibile ibernare in modo sicuro un corpo umano. Nondimeno l’orizzonte c’è, e secondo gli studiosi italiani potrebbe concretarsi entro una decina d’anni. Alfine non di conseguire l’eternità, ma di poter combattere meglio le patologie più gravi.

 

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