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Un comune batterio intestinale, presente in 1 adulto su 5, potrebbe causare lo sviluppo del cancro al colon. A dimostrare per la prima volta questo legame diretto è stato un gruppo di ricercatori dell’Istituto Hubrecht, in Olanda, in uno studio pubblicato sulla rivista Nature. In particolare, i ricercatori hanno mostrato che un ceppo di Escherichia coli rilascia nell’intestino una sostanza cancerogena, una molecola tossica che danneggia il Dna delle cellule intestinali e che potrebbe favorire il cancro del colon. In sostanza questo microrganismo presente nel nostro corpo è in grado di modificare in maniera diretta il Dna umano, con conseguenze potenzialmente negative per la salute.

Lo studio quindi suggerisce la possibilità di prevenire almeno alcuni casi di tumore del colon eliminando il batterio dall’intestino con una terapia antibiotica. Secondo i dati dell’Associazione italiana di oncologia medica, nel 2019, ben 89.400 italiani sono stati colpiti da tumori gastrointestinali, alcuno dei quali  secondo il nuovo studio potrebbero essere evitati. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori olandesi hanno utilizzato mini-intestini umani in provetta. Si tratta di organoidi cresciuti in laboratorio che hanno fornito un modello ideale per studiare gli effetti di diversi tipi di batteri nell’intestino umano. Ebbene, i ricercatori hanno osservato che i mini-organi acquisivano danni al Dna cellulare con uno specifico profilo di “mutazioni” in presenza di un particolare ceppo di Escherichia coli che rilascia la molecola “colibactina”, che danneggia il Dna umano.

Inoltre, i ricercatori hanno confrontato il danno riscontrato con oltre 5mila campioni di tumore al colon prelevati da pazienti e hanno trovato le stesse “impronte mutazionali” del danno causato dal particolare ceppo di Escherichia coli al Dna in circa il 5% dei campioni. Questo ha suggerito che il batterio intestinale abbia un ruolo nello sviluppo del tumore del colon e potrebbe divenire oggetto di terapie specifiche per eliminarlo in via preventiva. “Queste firme possono avere un grande valore nel determinare le cause del cancro e possono persino dirigere le strategie terapeutiche”, conclude l’autore principale dello studio, Ruben van Boxtel .

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