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Un nuovo approccio sfrutta la manipolazione genetica per prevenire il morbo d’Alzheimer. In particolare, un gruppo di ricercatori della Laval University in Canada hanno analizzato gli effetti dell’alterazione di un gene chiave nelle cellule nervose umane, il quale sembra essere fondamentale per la produzione di una proteina associata alla malattia neurodegenerativa. I risultati, pubblicati sulla rivista open access BioRxiv, si basano sull'applicazione dell'editing genetico tramite Crispr.

“L'Alzheimer rappresenta la principale causa di demenza a livello mondiale – spiega Jacques Tremblay della Laval University in Canada – e il rischio di contrarre la malattia aumenta notevolmente con l’invecchiamento. Attualmente, tra gli over 90, ne soffre circa una persona su quattro”. Il team di ricerca ha valutato gli effetti di una particolare mutazione per verificare se e come questa possa essere legata a una diversa propensione allo sviluppo della malattia neurodegenerativa. “La causa del morbo di Alzheimer non è ancora del tutto chiara – osserva Tremblay – ma le ipotesi più accreditate riguardano l’azione di una particolare proteina, la beta-amiloide, che si forma quando il precursore dell’amiloide viene diviso da un enzima chiamato beta-secretasi”. Nel 2012 è stato scoperto che alcune persone di origine scandinava possiedono una variante genetica chiamata A673T, associata a un rischio quattro volte inferiore di contrarre la malattia di Alzheimer e a una migliore aspettativa di vita. “L’ingegnerizzazione di questa mutazione – continua lo scienziato – che si trova circa in una persona ogni 150 in Scandinavia ed è molto più rara in altre parti del mondo, potrebbe rappresentare una valida metodologia di approccio per proteggere le persone dalla malattia di Alzheimer, dato che questa variante genetica non sembra associata ad alcuno svantaggio”.

La tecnica proposta consiste in una modifica a una singola base di DNA tramite manipolazione CRISPR, tecnica per la quale quest'anno le ricercatrici Emmanuelle Charpentier e Jennifer Doudna hanno vintro il Premio Nobel per la Chimica. “Siamo riusciti a modificare circa - riferisce Tremblay - il 40 per cento delle cellule in vitro, e sarà necessario continuare gli esperimenti per ottenere veri e propri risultati”. Il team sottolinea che sarà complicato raggiungere le cellule cerebrali e che un’altra difficoltà riguarderà le tempistiche di applicazione, dato che quando le persone iniziano a mostrare i sintomi della degenerazione cellulare, potrebbe essere troppo tardi perché l’editing genetico faccia la differenza. “Dovremmo prendere in considerazione quante più terapie potenziali possibili in modo da avere diverse strade da scegliere”, commenta Selina Wray dell'University College di Londra. “Vale la pena studiare questi approcci – conclude Tremblay – se l’editing del genoma germinale umano iniziasse ad essere ampiamente utilizzato, queste mutazioni potrebbero essere implementate direttamente a livello embrionale, o, ancora prima, a livello di spermatozoi e ovuli. Guardando a lungo termine, credo che prima o poi questa diverrà la realtà”.

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