MENU
Quando si collabora i cervelli si allineano

I vaccini anti-Covid somministrati durante le campagne vaccinali autunno-inverno 2025-2026 in Europa hanno mostrato un’efficacia di circa il 55-60% contro la malattia sintomatica negli anziani entro i primi due mesi dalla somministrazione. È quanto emerge da uno studio pubblicato su JAMA Network Open e coordinato dal network europeo VEBIS, che ha analizzato dati raccolti in Francia, Germania, Irlanda, Italia e Spagna tra settembre 2025 e gennaio 2026. Lo studio ha coinvolto 2.046 pazienti anziani con infezione respiratoria acuta seguiti nella rete europea di medicina territoriale.

I ricercatori hanno confrontato i pazienti positivi al SARS-CoV-2 con quelli negativi valutando l’efficacia dei vaccini somministrati durante la campagna stagionale 2025-2026. Tra i 125 casi Covid confermati, solo il 6% è risultato vaccinato, contro il 19% del gruppo di controllo negativo al virus. L’efficacia vaccinale complessiva contro l’infezione sintomatica medicalmente assistita è risultata pari al 59%. Nei primi 41 giorni dalla vaccinazione la protezione saliva al 64%, mentre tra 42 e 83 giorni si attesta al 52%, pur con intervalli di confidenza più ampi dovuti al numero limitato di casi osservati. La maggior parte dei soggetti vaccinati aveva ricevuto il vaccino Comirnaty adattato alla variante LP.8.1. Tra i campioni sequenziati dei pazienti positivi, quasi tutti appartenevano alla linea virale XFG, indicata come dominante nel periodo osservato.

Secondo gli autori, i risultati sono coerenti con quelli osservati nelle precedenti stagioni vaccinali europee e confermano una protezione significativa nel breve periodo contro il Covid sintomatico negli anziani. Lo studio sottolinea però anche la bassa adesione vaccinale registrata durante la campagna 2025-2026, definita dagli autori “un’opportunità mancata” per prevenire casi sintomatici nelle fasce più fragili della popolazione. La ricerca è stata coordinata da Charlotte Laniece Delaunay di Epiconcept, a Parigi, con la partecipazione di ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità, del Robert Koch Institute tedesco, dell’ECDC e di numerosi istituti europei di sorveglianza epidemiologica.

Articoli Correlati

x