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Quando si collabora i cervelli si allineano

I concerti dal vivo, accompagnati da brevi lezioni sulla storia della musica, possono contribuire a migliorare il benessere emotivo, la stimolazione cognitiva e le relazioni sociali delle persone con demenza e dei loro caregiver. Lo dimostra uno studio coordinato da Borna Bonakdarpour, neurologo comportamentale della Northwestern University Feinberg School of Medicine e direttore del Northwestern Music and Medicine Program, pubblicato sulla rivista Frontiers in Neurology.

Il programma, denominato Musical Museum, propone concerti della durata di circa un’ora, accompagnati da spiegazioni sul contesto storico e musicale dei brani, seguiti da momenti di socializzazione tra partecipanti e familiari. Lo studio ha valutato il programma attraverso questionari compilati dai partecipanti, che hanno preso parte a 11 incontri dedicati a generi musicali differenti, tra cui jazz, bossa nova e musica barocca. Secondo i risultati, le sessioni sono state associate a un elevato livello di soddisfazione e a un miglioramento significativo dell’umore dopo ogni evento. I partecipanti hanno inoltre riferito benefici sul piano emotivo e relazionale, descrivendo l’iniziativa come un’occasione di serenità, rilassamento e condivisione con persone che vivono esperienze simili. “Le capacità di elaborare la musica rimangono integre per molto tempo nelle persone con demenza”, spiega Bonakdarpour.

“Il nostro obiettivo - aggiunge - è mantenere il cervello attivo il più a lungo possibile”. Ogni appuntamento è costruito intorno a un tema, alternando brani familiari, appartenenti al repertorio ascoltato dai partecipanti durante adolescenza e prima età adulta, ad altri meno conosciuti ma caratterizzati da melodie facilmente fruibili e provenienti da culture diverse. Studi precedenti hanno infatti mostrato che la musica familiare può favorire il recupero della memoria autobiografica, rafforzare il senso di identità personale e ridurre agitazione e disturbi comportamentali.

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