Nelle classifiche mondiali di vario ordine e grado stiamo perlopiù retrocedendo. Su una cosa però rimaniamo campioni. Il sonno. Non è un’ironia, dobbiamo esserne fieri e felici. Lo sottolinea una ricerca americana, di base nel Michigan. L’indagine è partita da un’app gratuita sviluppata qualche anno fa da alcuni studiosi per aiutare a superare il cosiddetto “jet lag”, la sindrome del fuso orario. Ne è uscita una mappatura globale. Che ci premia, per diversi ottimi motivi.
Non siamo per la verità i primissimi della classe. Ci battono, forse a sorpresa data la latitudine, gli olandesi. Ma siamo comunque nella “top ten”, con una media di 7 ore e 53 minuti, 20 in più dei meno dormiglioni di tutti, i giapponesi. Sembrerebbero differenze lievi, ma a livello di massa il dato è molto significativo, e a livello sanitario una differenza di decine di minuti di riposo quotidiano può fare la differenza.
Mediamente andiamo a letto alle 23.42 (secondi solo agli spagnoli), e ci svegliamo alle 7.35. A riposare di meno sono soprattutto gli uomini, e soprattutto di mezza età, per modalità che non sono generalmente stabilite da fattori naturali, quanto da impegni familiari, sociali e di lavoro. E non va bene.
Quindi, seppur nell’insieme “bravi” a tutelare il sonno, dovremmo averne ancor più cura. Una carenza di sonno aumenta il rischio di contrarre alcune forme tumorali, malattie cardiovascolari, diabete, e perfino patologie più lievi come l’influenza, o ancor meno percettibili come le perdite del tessuto cerebrale o della concentrazione degli spermatozoi tra gli uomini.
Ai disturbi del sonno si associano istintivamente gli adulti, ma anche questo è un mito che va sfatato. Da un’altra ricerca condotta ad Harvard emerge che il 61% degli adolescenti dorme poco. E il danno è gravissimo. Anche per gli effetti sull’aggressività. Comportamenti devianti in proposito sono accertati nel 40% di loro, e in larga parte si tratta di giovani che non riposano a sufficienza.
Bene dirlo subito, siamo solo alla ricerca di base. Annuncia risultati visibili, ma essenzialmente di breve periodo (circa 24 ore), con implicazioni sulla medicina ancora tutti da accertare. Nondimeno quei risultati ci sono, e arrivano da un’accademia di primo livello, qual è il Massachussets Institute of Technology (Mit), tanto da trovare eco in tanta stampa scientifica, a iniziare dall’americana Nature.
Dai ricercatori del New England è partorita (e sperimentata in uno studio pilota sugli esseri umani) un’elastica pellicola biomimetica, tecnicamente un “polimero” invisibile, elastico e inossidabile, capace di restituire all’epidermide sia la funzione meccanica che quella fisiologica, in altre parole una pelle giovane e sana. “Esistevano già trattamenti per ripristinare ciascuna delle due funzioni, ma pochi agiscono contemporaneamente su entrambe”, rivendicano gli studiosi del Mit.
C’è anche un video che illustra il processo. Prima viene steso un gel per “preparare” l’epidermide, poi l’applicazione del polimero, che resiste all’acqua, al sapone e ad altri effetti collaterali, restituendo non solo benefici estetici (meno rughe e borse sotto agli occhi), ma anche funzionali, con un’idratazione cutanea irrobustita, che risulta efficace soprattutto tra i pazienti con pelle molto secca.
Da notare che l’obiettivo perorato dai ricercatori non è prioritariamente “estetico”, bensì “sanitario”. La novità della “seconda pelle” è che si comporterebbe “come la prima”. “ In molti avevano provato prima di noi, ma i materiali messi a punto finora non avevano la stessa flessibilità, non erano così funzionali o provocavano irritazioni ”, dichiara una dermatologa che ha partecipato al progetto.
In altre parole, senza sottovalutare gli obiettivi “cosmetici” (“meglio delle creme di bellezza”), si spera che la ricerca abbia un impatto farmacologico, anzitutto nel trattamento delle ferite, eczemi e psoriasi. La pelle non è stata finora “brevettata”. Al Mit sembrano aver fatto un balzo in avanti, con quel che consegue per la possibilità di curarla.
No, non è un tema “sexy”, per il web, social e simili. Quando si parla di tutela degli “anziani”, specie in tempi di crisi, il pensiero tende subito a spostarsi alle nuove generazioni. Quelle che, si dice, “non vedranno mai la pensione”. Solo che essi esistono, per fortuna, in numero crescente e con un ruolo crescente, anche di protezione dei più giovani, proprio perché in tempi di crisi. Solo che poi ci si dimentica lo stesso delle loro necessità e diritti violati. C’è un esaustivo studio in proposito, che gira da mesi, ma significativamente con poco impatto nei media.
Il corposo Quinto Rapporto sugli anziani non autosufficienti promosso nei mesi scorsi dall’Irccs-Inrca (Istituto Nazionale di Riposo e Cura per Anziani - Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, Ancona) ha trovato ora riscontro in un approfondimento de La Stampa. Centinaia di pagine a scandagliare quella che appare una vera e propria emergenza, l'esigenza crescente di cura per la terza età e un'assistenza pubblica incapace di tenere il passo, tanto da affidarsi sempre di più al volontariato.
Solo il 12% degli anziani riceve un assegno di invalidità, ossia circa la metà dei bisognosi. Uno su tre vive da solo, e solo il 4% riceve l'assistenza domiciliare. E “la solitudine è forse il problema più grave – spiega Marco Trabucchi, neuropsicofarmacologo all'Università romana di Tor Vergata – perché in un 75nne anche un piccolo deficit cognitivo peggiora rapidamente se non c'è nessuno a fianco”.
“ Senza un robusto incremento del finanziamento pubblico per l’assistenza agli anziani non autosufficienti il sistema è destinato a un inevitabile e progressivo declino ”, avverte Cristiano Gori, coordinatore del rapporto, data anche la tendenza all'invecchiamento della piramide dell'età. Mancano le risorse, ma non le idee: “Se i lavoratori dipendenti e autonomi rinunciassero a un giorno di ferie pagate potremmo creare un fondo” per pagare almeno un infermiere durante le vacanze, suggerisce il presidente dell'Associazione Nazionale Strutture per la Terza Età Alberto De Santis, ricordando che così si fa in Germania già dal '95 e, a ruota altrove. “L'Italia è l’unico grande Paese europeo a non avere riorganizzato in maniera organica il suo sistema”, si legge nell'indagine.
Ai media piacciono più le storie come quella di Emma Morano, piemontese di Verbania, divenuta a 116 anni la donna più vecchia al mondo. Sta bene, e solo da qualche mese ha chiesto un'assistenza a tempo pieno. Ma dietro a quella bella storia ce ne sono mille altre di ben altro tenore.
Un paio di settimane fa abbiamo raccontato una novità in arrivo, stando almeno agli “atti di indirizzo” del governo d’accordo con le regioni. Riguarda i medici di famiglia, impatta l’insieme dell’assistenza di base, allargando le fasce orarie degli studi e alleviando la necessità di ricorrere al pronto soccorso, almeno nelle fasce diurne. Più “sanità territoriale” e meno “ospedaliera”, dunque, secondo un concetto perorato diffusamente da anni.
Abbiamo anche sottolineato il seppur cauto appoggio di massima dalle associazioni dei pazienti, nonché quello del principale sindacato della categoria, la Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (Fimmg). Tuttavia non tutti sono d’accordo, e data l’importanza del tema per la collettività, è giusto darne conto e illustrarne le motivazioni.
La “rivoluzione” consisterebbe in un’estensione dell’apertura degli studi medici di famiglia, addirittura 16 ore al giorno, dalle 8 alle 24, sette giorni su sette, allargando anche la pediatria (dalle 8 alle 20, per cinque giorni alla settimana), potenziandone inoltre le funzioni amministrative (prenotazioni, ticket). Questo sarebbe possibile tramite le “aggregazioni funzionali territoriali”, gruppi di professionisti capaci di sostituire il medico di base quando non c’è, assicurando la continuità del servizio.
Ora, qual è l’obiezione contestata principalmente dai sindacati confederali (Cgil, Cisl e Uil), con tanto di manifestazione la scorsa settimana in piazza Montecitorio? Il problema, dicono, è quel che accadrebbe dalle 24 alle 8. Si consoliderebbe in apparenza l’assistenza diurna ma, obiettano, di notte sarebbe il caos. Ci sarebbe “il taglio della guardia medica e l'uso improprio del 118 in quella fascia oraria”. In altre parole, i pronto soccorsi, che teoricamente dovrebbero trarre sollievo dalla riforma, di fatto finirebbero a intasarsi ulteriormente in quelle ore, costretti a occuparsi di “febbriciattole” a scapito delle vere emergenze. Il contrario dell’obiettivo dichiarato, insomma.
Chi ha ragione e chi torto? Probabilmente non ci sono risposte esaustive. Sulla filosofia della riforma il consenso è piuttosto ampio, sui dettagli si dovrà fare attenzione. “La riforma non stanzia alcuna risorsa”, notano i detrattori. Ed è questo a segnare anche la “cautela” dell’appoggio delle associazioni. “Che il piano non nasconda ulteriori costi per i pazienti”, avvertono.
“I farmaci equivalenti sono identici agli altri farmaci per qualità, sicurezza ed efficacia. L’unica differenza è che costano meno”. A vedere lo spot della campagna #ioequivalgo che sta girando viralmente in rete si potrebbe pensare a una qualche sorta di pubblicità. Invece è tutt’altro, nella matrice, negli obiettivi e nei significati. Si tratta del video di supporto di una vera e propria mobilitazione di base lanciata dalla principale rete associativa italiana dei pazienti, Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato. “ Una campagna di sensibilizzazione, coinvolgimento e partecipazione sui farmaci equivalenti, che sgombri il terreno dai falsi miti”, si legge .
A collaborare con la campagna sono inoltre molti dei principali attori del settore: una quantità di altre associazioni di cittadini e pazienti, quelle che raggruppano i medici, i farmacisti, ordini professionali inclusi, gli infermieri, società scientifiche e sindacati. A dare un sostegno non condizionato c’è Assogenerici. E a patrocinarla c’è l’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa), l’ente pubblico che ha la responsabilità di verificare, tra le altre cose, il rigoroso rispetto delle stringenti norme nazionali ed europee in materia di equivalenza terapeutica, sicurezza e qualità dei farmaci equivalenti. E’ la stessa Agenzia ad aver lanciato nei mesi scorsi la sua ennesima campagna di informazione su tutto questo. Ma è chiaro che se a muoversi contro tali “ falsi miti” - che ancora permangono nel nostro paese assai più che nel resto dei paesi avanzati – sono le loro principali vittime, ossia i pazienti stessi, l’impatto ha ben altro potenziale.
“ Favorire la trasparenza delle politiche dei prezzi, la sostenibilità della spesa per le famiglie e del Servizio Sanitario Nazionale, e la riduzione degli sprechi derivanti dalla mancata aderenza terapeutica, dovuta dalla interruzione delle cure per difficoltà economiche ”, gli obiettivi prioritari sottolineati dal segretario generale di Cittadinanzattiva Antonio Gaudosio, riferendo di quotidiane lamentele ricevute dai cittadini sui prezzi dei farmaci, e ricordando il dato scandaloso del 10% degli italiani costretti a rinunciare alla terapia per motivi economici.
“ Si può e si deve fare di più per aumentare l’uso dei farmaci equivalenti e coglierne tutte le opportunità, anche nei casi di indisponibilità o irreperibilità di medicinali ”, incalza Tonino Aceti, coordinatore del Tribunale del malato, sullo sfondo dei dibattiti dilaganti sui “farmaci mancanti” e sui loro costi, per i cittadini e per la sanità pubblica. Lo Stato potrebbe avere “un risparmio di 500 milioni di euro l’anno”, spiega il presidente di Assogenerici Enrique Häusermann. Per quel che riguarda il differenziale pagato dai cittadini che ancora scelgono “la marca”, la cifra sfiora il miliardo, ha sottolineato nei giorni scorsi (tra gli altri) Il Sole 24 Ore. Cifre inaccettabili, specie in tempi di difficoltà economiche, collettive e private.
“Io mi curo… non solo della scatola… anche del portafoglio… non solo dell’aspetto… anche della pensione”, recita lo spot. E per aiutare i cittadini ad essere più consapevoli, Cittadinanzattiva ha pensato anche a un portale, a una brochure informativa distribuita nelle farmacie e attraverso la rete dei partner della campagna, ad attività social e alla app #ioequivalgo che aiuta in tempo reale l’utente nella ricerca dei farmaci equivalenti disponibili.
La chiave è “un’informazione corretta”, sottolinea ancora Häusermann. Per assicurarla, la mobilitazione scenderà anche in piazza per avvicinarsi ancora di più alla gente. Sta, infatti, partendo un lungo “giro d’Italia” che, fino a ottobre, coinvolgerà le città di Chieti, Campobasso, Asti, Caltanissetta, Perugia, Salerno, Senigallia, Udine, Vicenza, Taranto, Crotone. Il nastro di partenza sarà tagliato a Fiuggi il prossimo 28 e 29 maggio, in occasione – significativa concomitanza – di SpreK.O, la III Festa per la lotta agli sprechi.
Attenzione, non è un'“assoluzione” dei cibi troppo grassi o dell'eccesso di zuccheri. Però, i dati svelati nei giorni scorsi da una ricerca sul rapporto tra “merendine e obesità” vanno letti con cura, specie per quel che rivelano sulla priorità dell'attività fisica tra i bambini.
Il “paradosso” è che la correlazione tra i due fattori non solo sembra non esserci, ma può apparire addirittura inversa. Al Nord Italia se ne mangia di più ma l'obesità nei bambini tra 7 e 10 anni è inferiore. Al Sud il contrario. I due casi estremi sono emblematici. In Lombardia l'incidenza del sovrappeso è minima, al 24%, mentre il consumo di merendine è ai massimi, 2,56 chili pro capite annui. Viceversa in Campania, dove il sovrappeso tra i bimbi sfiora il 50%, il consumo di prodotti da forno è al minimo nazionale.
Naturalmente non c'è un rapporto di causa ed effetto dietro al clamoroso paradosso. A determinare i diversi livelli di obesità sono altre variabili, a iniziare dallo sport. La maggior parte dei 2,2 milioni di bambini che praticano regolarmente un'attività vive nel Nord, dove il 54,4% - nota l'Istat – la fa almeno tre volte alla settimana, mentre al Sud la proporzione scende al 41,7%. E se 7 su 10 fa almeno un po' di moto nel Settentrione, nel Mezzogiorno il dato crolla sotto la metà.
Tali cifre sono per giunta parallele ad altre, che riconducono all'alimentazione. Al Nord, ad esempio, l'80% di bambini consuma quotidianamente frutta e verdura. In Calabria, pur ricchissima di risorse, la quota scende al 63,5%
Dicevamo, non è un'“assoluzione della merendina”, da cui del resto nessun nutrizionista consiglierebbe di privare i bambini. Il nodo è la qualità del cibo somministrato, e l'importanza dell'azione motoria. La ricerca, si noti, è stata commissionata dall'Associazione Industrie del Dolce e della Pasta Italiane. Il “paradosso”, dunque è “interessato”, e non inficia l'importanza di ridurre il quantitativo di zucchero nei cibi, specie per i bambini. Lo ha anzi ribadito l'europarlamento in una risoluzione votata in gennaio. Lo raccomanda da anni l'Organizzazione Mondiale della Sanità.
Sabato scorso il signor Tony Seidl ha compiuto cinquant’anni. E li ha festeggiati iniziando un viaggio, straordinario per diversi motivi. Perché è una lunga avventura in bicicletta, dalla Germania all’Italia, varcando le Alpi attraverso il confine austriaco. Perché è un pellegrinaggio, ed è compiuto a partire da e non verso una meta consueta in proposito: la pedalata è iniziata dal paesino bavarese di Altötting, ritenuto “il cuore cattolico tedesco”, attirando milioni di fedeli grazie alla “Madonna Nera” venerata nel piccolo santuario di Gnadenkapelle; ma la destinazione è viceversa Padova, terra del suo “santo protettore”, Sant’Antonio. Il “perché” più importante è però un altro: il signor Seidl fa tutto questo col morbo di Parkinson.
Era una specie di voto, fatto al Santo prima di sottoporsi a un intervento neurologico. “Se va bene andrò a trovarlo”, disse. Adesso mantiene la promessa con un percorso di mezzo migliaio di chilometri a un ritmo che può spaventare anche i più atletici, circa 48 al giorno, attraversando tra le altre Salisburgo, Udine e Mestre, dove incontrerà specialisti e associazioni di pazienti.
Quando seppe della malattia, era un 38nne in carriera, dirigeva il settore telecomunicazioni di un’azienda. Quindi lo choc: “Pensavo che il Parkinson colpisse solo gli anziani”. Due anni fa l’intervento, una “stimolazione cerebrale profonda”, che prevede l’impianto di un “neurostimolatore” nel petto, capace di emettere, tramite sottili elettrocateteri, lievi impulsi al cervello, sollecitato quindi a impartire alcuni comandi ai muscoli, favorendone il coordinamento e limitando i tremori. L’esito è che Tony può oggi nuotare per 500 metri, e varcare i monti a bordo di una speciale bici.
In Europa il Parkinson colpisce almeno 1,2 milioni di persone, specie sopra i 60 anni, ma nel 5% dei casi può appunto iniziare molto prima, tra i 20 e i 40 anni. Nasce da una carenza di produzione di “dopamina” nelle cellule nervose, le cui cause possono essere genetiche, ma nella maggior parte sono “tossiche”, per l’esposizione (tra gli altri) ad alcuni pesticidi o a metalli pesanti (colpendo spesso ad esempio i saldatori).
E’ ancora lunga la strada della ricerca su questa patologia. Ma molto si muove (di questi giorni, tra l’altro, la scoperta a La Sapienza della possibilità di diagnosticarlo facilmente sulla saliva), e molto si può fare. Tony lo sta dimostrando, insieme a un’altra cosa: l’importanza di parlarsi, anche tra pazienti. Così fece quando si ammalò, e così fa ora, anche nelle sue tappe italiane.
Una sostanziosa rivoluzione è iniziata. Ed è salutare, anche nel senso che riguarda proprio la sanità, con prospettive eccellenti per il sistema nel suo complesso non meno che per i singoli. Un’indagine dell’Osservatorio dell’Innovazione Digitale in Sanità del Policlinico di Milano fa il punto, riscontrando sviluppi promettenti ma, al contempo, cautele altrettanto sensate da parte dei pazienti.
Dalla ricerca emerge una netta crescita nell’offerta quanto nella domanda dei servizi sanitari digitali, specie nella fascia d’età tra i 35 e i 54 anni, quando inizia ad aumentare la loro necessità e, al contempo, si è generalmente “alfabetizzati” all’uso della rete.
In cima, anzitutto l’informazione. La salute è tra i temi più popolari sul web: addirittura un terzo degli italiani vi ricorre per cercare di saperne di più e un quarto per identificare farmaci e terapie. Siti di consulti medici come medicitalia.it sono frequentati oramai abitualmente da milioni di persone. Proliferano anche le app, specie per il monitoraggio dei battiti cardiaci, calorie, passi e allenamenti. “C’è una maggiore maturità nell’andare a informarsi e anche ad auto-monitorarsi”, spiega Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio, ed è una consapevolezza e capacità di auto-informarsi che ha anche benefici terapeutici, inclusa l’aderenza.
Non ultimi, i risvolti sono inoltre amministrativi. La ricetta elettronica e il foglio illustrativo sono ancora in fase di avvio. Raddoppia rispetto all’anno scorso, dal 16 al 32%, la percentuale degli italiani che “hanno sentito parlare del fascicolo sanitario elettronico”, che permette il controllo della propria storia sanitaria e insieme l’accesso a servizi on-line quali la prenotazione di visite, il pagamento dei ticket, il cambio del medico di famiglia, la consegna dei referti. Per la verità, tale proporzione si riduce al 5% se si conteggiano quelli che ne usufruiscono realmente, il che chiama in causa anche le regioni che non l’hanno attivato.
Resta invece minima la percentuale che sceglie di affidarsi alle nuove tecnologie anziché consultarsi col medico, ed è anche questo un dato incoraggiante. Esse possono favorire il consulto, ma non sostituirlo. “Un po’ di sano scetticismo e senso critico non guasta”, commenta lo stesso Policlinico. Di più, in materia di prescrizioni, è salvifico.
A pochi giorni dal rapporto di Cittadinanzattiva sugli sprechi, questa e altre Associazioni hanno alzato il tiro con una catena corposa di eventi, iniziative di piazza e convegni. L'occasione è stata la decima ricorrenza, lo scorso 4 maggio, della Giornata Europea dei Diritti del Malato. Al centro, il lancio di una raccolta di firme per l'abolizione del “superticket” di 10 euro (tuttora attiva, anche tramite il canale di change.org). Ma è sul rispetto dell'intero “Patto per la Salute” siglato due anni fa da Governo e Regioni che si è innescata la mobilitazione.
Ben 120 le città coinvolte sotto il colorito hashtag #hannorottoilpatto, su iniziativa del Tribunale per i Diritti del Malato e delle decine di associazioni aderenti al Coordinamento nazionale delle associazioni dei malati cronici di Cittadinanzattiva. Addirittura un convegno ad hoc nella sede del Parlamento Europeo a Bruxelles, che ha riunito i principali “stakeholders” continentali del settore.
In Italia il “cahier de doléances” è piuttosto robusto. Un paziente su quattro non riesce ad accedere alle cure a causa delle liste d'attesa e ticket (talmente onerosi da rendere alcuni esami addirittura più costosi che nel settore privato); quasi quattro miliardi di euro sono stati sborsati privatamente dai cittadini nell'ultimo anno per prestazioni in intramoenia; solo otto regioni rispettano i livelli essenziali di assistenza.
Più specificamente, il “Patto” sarebbe stato violato per il mancato stanziamento dei 116 miliardi di euro previsti, il mancato aggiornamento dell'elenco delle malattie croniche e rare e delle prestazioni sanitarie essenziali, il mancato varo del Piano delle Cronicità e della normativa per le cure domiciliari. A fronte di questo e altro, il governo dichiara invece nel Documento di Economia e Finanza 2016 che “ il Patto per la salute non solo è stato implementato, ma persino rafforzato”, nota con fastidio Tonino Aceti, coordinatore del “Tribunale” di Cittadinanzattiva, invocando viceversa l'urgenza di “passare a fatti concreti”.
A margine, nello stesso giorno a Bruxelles è stata anche lanciata una campagna di informazione per tutti i cittadini europei circa la Carta dei Diritti del Malato varata nel 2002. Il disagio per la mancata tutela dei diritti (nella sanità e non solo) sta anche, e anzitutto, nel fatto di non conoscerli.
Il purpureo dell'azalea ha colorato domenica la festa della mamma in quasi quattromila piazze italiane. E’ il fiore elevato da trent'anni a simbolo della battaglia contro i tumori femminili, da parte dell'Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (Airc). Costo della piantina 15 euro, per alimentare i fondi della ricerca. L'urgenza è massima, segnalata inoltre da nuove imminenti mobilitazioni e convegni, sullo sfondo di una serie di ritardi anche nella sanità pubblica.
La piaga è nelle cifre: sono 48mila le donne colpite solo l’anno scorso, di cui, si noti, per il 30,4% a meno di 44 anni. E' la forma tumorale più diffusa tra le donne ma, sottolinea ancora l'Airc, è anche quella su cui si sono raggiunti i migliori risultati nella medicina. Negli ultimi vent'anni la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è stata portata dal 78% all'87%. “ Solo nel 2016 abbiamo investito 12 milioni e 400 mila euro per 111 progetti e 27 borse di studio”, rivendica a margine il direttore scientifico dell'associazione Federico Caligaris Cappio.
E molto continua a muoversi. Di questi giorni ad esempio l'annuncio di una promettente ricerca dell'Università di Torino, finanziata dalla Fondazione Veronesi, su una sorta di “vaccino” capace di attaccare le cellule staminali tumorali che originano le metastasi. Applicabile anche in concomitanza con la chemioterapia.
La strada però resta in salita, anche in ragione di difetti rimarcati proprio in questi giorni nella sanità. Da due anni il ministero, su impulso europeo, ha disposto alcune novità importanti, quali un’esenzione per le donne ritenute “ad alto rischio genetico” che scelgano la “sorveglianza” (cioè la diagnosi precoce), permettendo l'accesso gratuito ai frequenti e costosi esami. Ma le regioni che l’hanno applicata sono solo sue, l’Emilia Romagna e la Lombardia.
La denuncia è stata rinnovata proprio in questi giorni a Viterbo, al convegno dell’Associazione Nazionale dei Senologhi Chirurghi. Da qui il rilancio anche del tour della “ Race for the cure - tre giorni di salute, sport e benessere per la lotta ai tumori del seno”. Cinque chilometri di corsa, col contorno di esami e consulenze mediche. Si correranno a Roma domenica prossima, poi l’evento si sposterà a Bari (dal 20 al 22 maggio), Bologna (dal 23 al 25 settembre) e Brescia (dal 14 al 16 ottobre). In cima, l’ennesimo accorato slogan alla prevenzione: “ I controlli devono diventare un’abitudine di vita”, incalza il dottor Riccardo Masetti, presidente dell’Ong promotrice Komen Italia.
E’ un “Atto di indirizzo”, e necessita di seguiti normativi o almeno regolamentari per implementarsi. Ma è stato fatto, al massimo livello, e prefigura un cambio di rotta che punta ai fondamentali dell’assistenza. A beneficio del paziente. Si spalancano gli studi medici, li si rendono aperti in via quasi perenne, con benefici terapeutici, dalle emergenze alla cronicità, e perfino con facilitazioni “burocratiche” per l’accesso alle altre strutture sanitarie.
La “rivoluzione” è annunciata dal “Comitato di Settore” Governo-Regioni (presieduto dall’economista ex assessore lombardo Massimo Garavaglia), e messa ora nero su bianco dopo mesi di discussioni e correzioni al seguito di un’intesa di massima siglata nell’estate 2014. Prevede una riorganizzazione complessiva della medicina di base, sulla base delle “Aggregazioni funzionali territoriali” allestite su base regionale, con un bacino d’utenza massimo di 30mila abitanti. Vincolate a coordinare e a garantire una serie di servizi fondamentali.
In primis, l’apertura degli studi medici di famiglia, prevista per 16 ore al giorno, dalle 8 alle 24, e per sette giorni su sette. Nelle otto ore notturne di chiusura subentra il 118. Potenziata anche la pediatria, garantita dalle 8 alle 20 per cinque giorni alla settimana. Oltre alla cura, gli studi serviranno anche alle prenotazioni per le visite specialistiche, ticket compresi, bypassando il Centro Unico di Prenotazione. Gli studi diverranno dunque il cuore pulsante, a tutti gli effetti, dell’assistenza, dove poter fare o almeno predisporre quasi tutto.
All’accordo plaudono infine tutti, a iniziare dagli stessi operatori. Potenziare il ruolo degli studi consentirà tra l’altro di superare gli “intasamenti nei pronto soccorsi a discapito di chi ha una vera emergenza”, spiega il Segretario del sindacato dei medici di medicina generale Giacomo Milillo. Un passo per l’agognata “sanità territoriale”, senza la quale, dinanzi a qualsiasi necessità anche di poco conto, si finisce col correre all’ospedale.
All’apprezzamento si uniscono anche le associazioni dei pazienti. Purché, avverte Tonino Aceti, coordinatore del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva, “il tutto avvenga senza ulteriori costi per le famiglie”. Tale clausola è per la verità contenuta nell’Atto stesso. Che sia rispettata, dunque, come tutto il resto.
Internet, che in questi giorni ha festeggiato il suo trentennale in Italia, ha costituito una rivoluzione benefica anche in ambito sanitario. Moltiplica gli spazi di informazione, anche di qualità, nonché quelli di confronto con medici e pazienti, potenziando, quindi, l'auto-consapevolezza sulla prevenzione e sulle possibilità di cura, inclusi gli aspetti di aderenza terapeutica. C'è un ambito del web che però non torna, ed è anzi particolarmente critico: è quello commerciale.
L’ultimo allarme, in ordine di tempo, arriva da un aggiornamento de Il Giorno, che fa il punto sulle importazioni farmaceutiche illegali accertate alla frontiera doganale di Linate. Ne vengono sequestrati fino a 300 pacchi al mese. Si tratta di acquisti su internet, da paesi come Cina, India o Kenya, sovente per pillole contro l’obesità o disfunzioni erettili. Prodotti dall’origine, sicurezza, principi attivi non verificati. Roba pericolosa, dunque.
Attenzione perché, oltre alla salute, è in gioco anche la legalità. In Italia è vietato vendere o acquistare medicinali senza prescrizione, nonché importare senza autorizzazione dell’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa). Lo ribadisce il Decreto Legislativo del 2006, con tanto di pene detentive e laute ammende. In realtà il nodo è complesso. Dalla lettura della legge e dalle successive sentenze interpretative dei Tar emerge che la punibilità è sostanzialmente confinata agli acquisti a fini commerciali, non a consumo privato. Nondimeno, l’insidia c’è. “ È un dato di fatto che le persone che si prestano a vendere Viagra contraffatto fanno parte della criminalità" nota il Direttore dell’Aifa, Luca Pani.
Il problema, “di salute pubblica”, riguarda le distribuzioni illegali, on-line. In farmacia tale problema non esiste, specie in Italia, “ grazie a una serie di misure di prevenzione e contrasto poste come il sistema di tracciatura dei farmaci (attraverso il bollino a lettura ottica) o il processo di autorizzazione e monitoraggio delle importazioni di farmaci provenienti dall'estero ”, sottolinea ancora Pani.
Anche sul web sono in arrivo criteri normativi europei di tutela, con l’attribuzione di un bollino “pharmacy” riconosciuto ai distributori certificati. La realtà è che rimane per ora cruciale curarsi affidandosi alla certezza legale e sanitaria delle farmacie (previa l’imprescindibile consulto e certificazione del medico). Altrove è un’avventura, che gioca pericolosamente sulla salute propria e altrui.
Il dato è clamoroso, quasi inedito negli ultimi settant'anni di storia non solo italiana ma continentale. “Era successo nella Russia post-comunista, che invece di investire in prevenzione si è disgregata”, nota Walter Ricciardi, presidente dell'Istituto Superiore di Sanità e coordinatore del rapporto “Osservasalute” presentato nei giorni scorsi a Roma all'Università Cattolica. Quell'elaborazione fornisce un'amara conferma di quanto temuto da qualche mese: la speranza di vita in Italia, per la prima volta, diminuisce.
Nel 2015 le morti sono state 54mila in più rispetto all’anno precedente, aveva avvertito in gennaio l'Istat, calcolando un tasso di mortalità del 10,7 per mille, “il più alto tra quelli misurati dal secondo dopoguerra”. Le ipotesi più prudenti rinviavano alla coincidenza statistica, legata essenzialmente all'invecchiamento della popolazione. Si morirebbe di più solo perché più anziani.
Invece no, la realtà, già da noi ventilata all'uscita di tali cifre, è che l'allarme è serio. Si muore di più anzitutto perché si muore prima. In un anno la speranza media di vita è calata tra gli uomini da 80,3 anni a 80,1; ancor di più tre le donne, da 85 a 84,7 anni, confermando, tra l'altro, una tendenza pregressa alla riduzione della forbice tra i sessi.
L'imputato numero uno è il disinvestimento nella sanità. “Certo che c’è una correlazione con i tagli”, tuona Ricciardi, notando la posizione italiana di coda nella spesa pro-capite per l'assistenza sanitaria, con particolare riferimento a quella destinata alla prevenzione. E poi calano le vaccinazioni, rilevate sotto la soglia del 95% (raccomandata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità) perfino su quelle obbligatorie, come il tetano e l'epatite B, per non parlare di quelle per l'influenza, largamente “disertate” l'anno scorso dagli anziani sulla scia di alcuni allarmi, seppur poi ridimensionati, su un vaccino.
La colpa però non è stavolta dei cittadini, diventati anzi più “virtuosi”, con cali riscontrati nel consumo di fumo e alcol nonché nell'obesità infantile. Le ragioni sono sistemiche. La dimostrazione più drammatica è nelle diseguaglianze regionali su Pil e livelli di assistenza. In Campania si vive due anni e mezzo in meno che in Trentino-Alto Adige, con un divario che per giunta si allunga. Amaro anche il dato sulla fecondità. Tra il 2002 e il 2015, mentre risaliva a livello nazionale del 9,4%, all'ombra del Vesuvio è crollata dell'8,2%.
In tempi di riedificazione di muri, c’è chi continua a lavorare per abbatterli. Dall’Europarlamento è arrivata nei giorni scorsi una sferzata alla Commissione Europea in materia di “Strategia per il Mercato Unico”, collocando “il consumatore al centro”, e invocando misure per, tra l’altro, “ rimuovere barriere obsolete al commercio interno, aiutare le piccole-medie imprese e le start-up, promuovere l’economia della condivisione”.
Belle parole, non prive di qualche elemento concreto. Da un paio di emendamenti alla suddetta risoluzione parlamentare, approvati dalla commissione per il Mercato Interno e la Protezione dei Consumatori, spunta la richiesta all’esecutivo comunitario di adottare quanto prima la cosiddetta “SPC waiver ”, ossia una deroga alla protezione brevettuale offerta dal certificato di protezione complementare (SPC), naturalmente a determinate condizioni e finalità. Questo consentirebbe tra l’altro alle industrie europee di generici e biosimilari di produrre per l’esportazione verso i Paesi nei quali il certificato sia già scaduto, oppure per lo stoccaggio in attesa della scadenza brevettuale.
Immediato il plauso del settore. La misura, precisa il presidente di Assogenerici Enrique Häusermann: “senza inficiare in alcun modo i diritti dei detentori dei certificati complementari di protezione, né richiedere sovvenzioni o sconti fiscali, potrebbe imprimere una netta accelerazione alla produzione industriale delle aziende europee del generico . La ricaduta avrebbe un impatto impressionante sull’occupazione e sui costi sanitari. “Dai 5600 ai 20400 nuovi posti di lavoro – stima Häusermann - tra le assunzioni dirette delle nostre aziende e l’indotto che si svilupperebbe”. Di più, l’incremento produttivo consentirebbe ai generici di entrare più rapidamente in commercio nei paesi europei alla scadenza del brevetto, con ulteriori risparmi per i servizi sanitari che la Commissione stessa ha stimato nel 20% della spesa attuale. “Una lunga lista di vantaggi a cui non si contrappone alcuna difficoltà o rischio”, conclude il leader dell’associazione.
La risoluzione è attesa al voto definitivo in plenaria alla fine di questo mese, ma si profila come una mera formalità. In sede di commissione i voti contrari sono stati solo tre, più un astenuto. Il documento porta la firma di una deputata italiana, la forzista Lara Comi, e gli emendamenti citati sono stati promossi trasversalmente (dai socialisti ai verdi, dai “pirati tedeschi” fino ai Cinquestelle).
E perfino la Commissione Europea sembra essere d’accordo. Se si consentisse di produrre “ prima della scadenza brevettuale con l'obiettivo di migliorare il time-to-market e di esportare in quei paesi in cui i brevetti sono già scaduti, il turnover manifatturiero potenziale arriverebbe ad oltre 175 milioni di euro ”, si legge in sua una Comunicazione dello scorso ottobre.
È allora solo tempo di agire, senza ritardi. “Anche con il supporto del Governo Italiano”, incalza Häusermann.
“Le donne pur essendo più longeve degli uomini trascorrono un minor numero di anni in buona salute […] Nonostante gli sforzi già compiuti a livello nazionale e internazionale per migliorare l'approccio terapeutico e l'incidenza di fattori di rischio, è ancora profondo il divario da colmare”. Nel telegramma scritto da Sergio Mattarella per la I Giornata per la Salute della Donna, c’è l’imprimatur presidenziale: la cosiddetta “medicina di genere”, che fino a poco fa era percepita come una sorta di istanza ideologica di parte, è un tema oramai riconosciuto in modo solenne nel nostro paese, ancor più che altrove. Eppure non basta.
Il lascito della giornata del 22 aprile è primariamente questo, la completa presa di coscienza dai vertici delle autorità politiche e sanitarie nazionali circa l’articolata natura della problematica e l’urgenza di un cambio di passo. Perfino in sede di Organizzazione Mondiale della Sanità permane qualche resistenza, confinando l’analisi essenzialmente agli aspetti socio-economici e culturali che penalizzano la donna, mentre c’è anche e anzitutto dell’altro. “Le donne sono fatte diversamente”, sottolinea la stessa Ministra della Salute Beatrice Lorenzin, sicché “necessitano di sperimentazioni cliniche ad hoc sui farmaci”.
Hanno, tra l’altro, un metabolismo differente, “una variabilità ormonale che necessita testare un medicinale su molte più persone per avere dati attendibili», spiega Daniela Melchiorri, rappresentante italiana all’Agenzia Europea del Farmaco. Invece, ancora non si fa, almeno non abbastanza: secondo la Società Italiana di Farmacologia, le sperimentazioni che arruolano anche le donne sono ancora solo il 30%, seppur con miglioramenti negli ultimi anni, specie nella “fase 3” (l’ultima, e più estesa, prima dell’immissione del farmaco sul mercato). “Il divario è ancora ampio”, ammette anche il Direttore Generale dell’Agenzia Italiana del Farmaco Luca Pani, notando a margine che “sono rarissime le donne volontarie sane”.
Di qui, un “Manifesto per la salute femminile”, orientato a “promuovere politiche di coinvolgimento di tutte le istituzioni, ricerca, società scientifiche, sperimentazione farmacologica, medicina di base, farmaceutica, e convogliare risorse economiche e professionali per operare un rinnovamento culturale che accompagni il progresso scientifico”. Poi, un intero Quaderno del Ministero della Salute dedicato alla medicina di genere. E ancora, le “50 azioni”, identificate nei 10 tavoli di lavoro allestiti a Roma il 22 aprile, incluso l’impegno per una ricerca sui farmaci che “distingua tra uomini e donne”.
Qualche passo c’è stato, ma servirebbe, dunque, un salto. L’urgenza è documentata dalla demografia: il vantaggio delle donne sugli uomini in termini di speranza di vita si è assottigliato quasi ovunque in Europa negli ultimi 10 anni. Dato ulteriormente significativo: il differenziale si è assottigliato soprattutto in paesi ad alta assistenza sanitaria, quali Svezia, Danimarca e Olanda. Migliorano le cure, ma per gli uomini.
Nel verde si sta bene, è abbastanza chiaro a tutti. Viverci migliora però non solo genericamente la “qualità della vita”, ma anche – dimostra ora una corposa ricerca americana - la sua “quantità”. Il sogno di un “ritorno alla natura” è in verità perlopiù un decantato fioretto senza seguito concreto, tant'è che, se il processo di urbanizzazione coinvolge al momento circa la metà della popolazione mondiale, entro cinque anni la proporzione supererà nettamente i due terzi, secondo ogni stima internazionale. Tuttavia, a incalzare in modo consistente sui benefici di quel “salto all'indietro” realizzato da pochissimi interviene una ricerca dell'Harvard Chan School of Public Health.
Gli esiti sono pubblicati sulla rivista Environmantal Health Perspectives. E' stato osservato un campione di oltre 108mila donne, per un periodo di otto anni, ricostruendone il vissuto “geografico” e “clinico” tra il 2000 e 2008. Il dato complessivo è quello di una riduzione del 12% del tasso di mortalità tra chi vive in aree a più fitta vegetazione.
In cima ai benefici c'è naturalmente la qualità del respiro con un tasso di decesso per tali patologie ridotto del 34%, ma significative differenze sono state rilevate anche sulle malattie tumorali. “S appiamo che piantare della vegetazione può aiutare l'ambiente in molti modi, ma ora abbiamo dimostrato un co-beneficio, quello di migliorare la salute ”, rivendica il coordinatore dello studio Peter James.
Non ultimi, tra i vantaggi rilevati, quelli sulla salute mentale, con il riscontro di una riduzione addirittura del 30% nell'incidenza della depressione. In questo peserebbero, secondo i ricercatori, non solo la qualità migliore dell'aria, ma anche spazi e temi incrementati di relazione sociale e attività fisica.
Salvifico il verde, dunque, e, se proprio non è possibile il trasloco in campagna, l'urgenza è quella di migliorare l’ambiente urbano. Il tema era stato approfondito l'anno scorso da una ricerca di biologi californiani, che ne hanno rilevato il positivo impatto sull'attività cerebrale, con particolare riferimento all’attività della corteccia prefrontale subgenuale. Determinanti le politiche urbanistiche per rinvendire le città, favorirne l'attività sportiva e la mobilità in bicicletta. Ma è decisivo anche il comportamento individuale: “ 90 minuti al giorno di passeggiata nei parchi” è la ricetta accertata dai ricercatori.
Arriva una conferma, che per la verità è l'ennesima. I farmaci generici sono pienamente equivalenti, per efficacia e sicurezza terapeutica, ai medicinali di marca anche per la cura dell'epatite C, e il loro costo molto più basso consentirebbe virtualmente la cura dell'intera popolazione mondiale. La novità è nell'ampiezza dell'ultima ricerca che l'ha documentato, l'autorevolezza della platea a cui è stata sottoposta, e la coda di nette prese di posizione conseguenti da parte dei vertici scientifici mondiali.
Il riscontro arriva dal Congresso Internazionale sul Fegato, l'assise annuale (tenutasi stavolta a Barcellona) dell'European Association for the Study of the Liver (EASL). La corposa indagine è stata condotta dall’accademia australiana, ma ha coinvolto pazienti anche di Stati Uniti, Canada, Europa, Sudest asiatico e Africa. L'equivalenza tra generici e “griffati” è stata riscontrata sugli antivirali diretti (“DAAs”) per il trattamento dell'HCV, il virus dell'epatite C, identificato nel 1989. Solo che i primi arrivano a costare in alcuni paesi addirittura meno dell’1% dei secondi.
Nel dettaglio, i pazienti sono stati monitorati prima, durante e dopo il trattamento, a 4 e 12 settimane dalla fine della terapia. Ebbene, sono stati rilevati tassi virologici vicini al 100%, con punte massime nell’uso congiunto di sofosbuvir e daclatasvir.
Riscontri del tutto convincenti, che hanno innescato qualche discussione anche nel nostro paese, tanto da indurre il Direttore Generale dell’Agenzia Italiana del Farmaco, Luca Pani, a ricordare che il generico per l’epatite C non può esserci al momento in Italia, in quanto “ facciamo parte del Patent Cooperation Treaty”. Bisogna aspettare la scadenza delle licenze. Il che, a margine, spazza via anche i residui spauracchi lanciati qua e là sui social media circa la possibile presenza di prodotti “made in India” o in altri paesi emergenti tra gli equivalenti in farmacia.
Nondimeno il sasso è lanciato, rimbalzando ai massimi livelli. “Terapie equivalenti come quella per l'epatite C potrebbero avere implicazioni enormi in tutto il mondo”, commenta il leader dell’EASL Laurent Castera. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, che stima fino a 150 milioni le persone con HCV e a 700mila i decessi l’anno, ribadisce che “ gli equivalenti hanno il potenziale di ridurre in modo drammatico le morti causate da epatite C ”.
“Il tarocco è servito”, è uno degli ultimi slogan di Coldiretti. “In due pizze su tre c'è mozzarella lituana e salsa cinese”, denuncia, tra i mille dati allarmanti snocciolati nei giorni scorsi a margine di una mobilitazione “in difesa del made in Italy” - e in realtà di molto di più. Migliaia gli agricoltori accorsi, anche a bordo di trattori. Sede dell'iniziativa Napoli, in ossequio allo studioso statunitense Ancel Benjamin Key, che visse per quarant'anni nel capoluogo campano e fu il primo a documentare con chiarezza scientifica gli effetti benefici della dieta mediterranea, elevata poi dall'Unesco a “Patrimonio dell'umanità”.
Il tema della tutela delle produzioni locali è naturalmente “sindacale” (Coldiretti, col suo milione e mezzo di associati, è la più grande organizzazione di agricoltori in Europa), oltre che culturale, sociale e ambientale. Ma c'è dell'altro ancora. In ballo è la nostra salute. Nei prodotti importati a basso costo, emergono dati allarmanti (tratti dall'Agenzia Europea sulla Sicurezza Alimentare e dall'ultimo Rapporto ministeriale sui Residui dei Fitosanitari) circa la presenza di residui chimici, quali micotossine, additivi e coloranti, ben al di là dei limiti di legge stabiliti in sede europea.
Campioni in tal senso sono i broccoli della Cina (che l'anno scorso ha raddoppiato le esportazioni alimentari in Italia), risultati irregolari nel 92% dei test, ma preoccupa perfino il prezzemolo del Vietnam (78%) e il basilico dell'India (60%), e non si salvano neppure prodotti mediterranei, quali la melagrana egiziana, contaminata in un caso su tre, né quelli sudamericani, quali i meloni e cocomeri dominicani, per il 14% fuori norma.
La “black-list” è drammaticamente lunghissima, e fa particolarmente male dinanzi a un paese che è il più “green” d'Europa, con 281 prodotti a denominazione di origine (Dop/Igp), record di aziende biologiche, divieto di Ogm, leadership sulla sicurezza alimentare con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari (0,4%, ossia un terzo della media continentale).
“Liberare le imprese italiane dalla concorrenza sleale delle produzioni straniere realizzate in condizioni di dumping sociale, ambientale con rischi concreti per la sicurezza alimentare dei cittadini”, l'appello del presidente di Coldiretti Roberto Moncalvo, che merita un seguito concreto.
L’equivoco può scaturire dal nome stesso. Le cosiddette “malattie rare” non sono “poche” né colpiscono “pochi”. Sono definite tali in sede europea quando il numero di pazienti non supera la soglia dello 0,05% della popolazione. Il problema è, tra l’altro, che spesso la patologia non è neppure diagnosticata, talora è perfino non conosciuta, e rimane “senza nome”. Quelle che ce l’hanno ammontano del resto a più di settemila, ed è una cifra per giunta destinata a crescere con l’avanzare della ricerca, specie in ambito genetico. Solo rimanendo ai casi accertati, coinvolgono complessivamente circa due milioni di italiani, e decine di milioni di europei, per il 70% in età pediatrica.
Di quelle migliaia di patologie – alcune gravissime - meno di 600 sono incluse dall’Istituto Superiore della Sanità tra le esenti da ticket, anche se l’elenco è stato lievemente allungato su iniziativa di alcune Regioni. Il quadro è dunque ancora quello dell’emergenza, sul fronte della ricerca, delle difficoltà di accesso alla diagnosi e alla cura, dei costi per i pazienti, nonché delle esigenze di informazione e sostegno psicologico. Di qui l’importanza di “fare rete”, anche “dal basso”, ossia tra i produttori e le associazioni che si occupano di assistere le famiglie colpite.
Un passo di rilievo in proposito scaturisce dall’abbraccio tra Assogenerici e la Fondazione Hopen, che riunisce medici, docenti universitari, imprenditori e altri cittadini accomunati da esperienze a contatto con “l’incubo dell’isolamento, dell’abbandono, del non sapere che cosa c’è che non va”, e quindi in prima linea nel sostegno alle famiglie, oltre che alla sensibilizzazione e alla formazione degli operatori pubblici.
Hopen sarà dunque ospitata presso la sede di Assogenerici. “È un piccolo contributo pratico al quale attribuiamo un forte valore simbolico – spiega il presidente di quest’ultima Enrique Häusermann - : il circolo virtuoso che va dalla ricerca fino alla genericazione, dove l’una alimenta l’altra, non è solo teorico ma diventa reale attraverso azioni e progetti concreti ”. Il nuovo spazio a disposizione della Fondazione, spiega infatti il suo presidente Federico Maspes, sarà “ il perno operativo fondamentale per le nostre attività giornaliere, il riferimento dei pazienti al programma malattie non diagnosticate di Telethon, i progetti per l’aggregazione delle famiglie e il monitoraggio del sito e dei social per sostenitori e famiglie coinvolte ”.
L’orizzonte per giunta valica i confini nazionali. “Abbiamo gettato le basi per la costituzione di un network europeo delle associazioni”, esulta Maspes. E in effetti, all’incontro che ha sancito nei giorni scorsi il sodalizio, hanno partecipato altre realtà continentali, quali Uniamo, Eurordis, Genetic Alliance e Swan Uk, Association Sans Diagnostic et Unique. “Costruire un ponte tra ricerca e clinica”, la priorità dichiarata, a fianco dell’impegno quotidiano a sostegno delle famiglie.
“Basta un poco di zucchero è la pillola va giù”, cantava l’immaginifica tata Mary Poppins per indurre i suoi protetti ad assumere qualcosa di utile alla loro salute. Quel “qualcosa” può tuttavia essere non una “pillola”, ma anzitutto una prevenzione fondata su un minimo di attività fisica. E quel “minimo” è davvero poco, una ventina di minuti al giorno secondo le ultime linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). Il problema è che gli italiani non seguono neppure quel diktat facile ed elementare.
L’amara realtà che allarma le agenzie internazionali è stata diffusa nei giorni scorsi in una conferenza dell’Unione Italiana Sport Popolari a Roma (Uisp). Siamo tra i popoli più sedentari al mondo. 6 connazionali adulti su 10 non pratica alcuno sport né altra attività fisica. Niente. Proporzione che si abbassa al 42% nella media europea e sotto il 10% in paesi come la Svezia.
Eppure basterebbe pochissimo per garantire il necessario che, secondo l’Oms, costituirebbe la condizione necessaria (e non sufficiente, s’intende) a tenerci in forma e soprattutto alla larga dalle malattie. Si tratta di soli 150 minuti a settimana di attività di tipo aerobico a intensità moderata. Questo vale per gli adulti. Per i minorenni il suggerimento sale all’ora al giorno, moderata o intensa.
I costi dell’inattività fisica sono impressionanti. Si stima che ad essa siano imputabili il 5% delle affezioni coronariche, il 7% del diabete di tipo 2, il 9% dei tumori al seno e il 10% dei tumori del colon. Per non parlare del sovrappeso, che coinvolge la metà degli europei, bambini inclusi. E per non parlare delle conseguenze economiche, tra perdita di produttività e aumento di congedi per malattia, con costi stimati a quasi un miliardo di euro l’anno.
Gli imputati principali sono i decisori pubblici, dallo scarso spazio all’educazione fisica nelle scuole a un’urbanistica che favorisce poco le piste ciclabili e le strutture sportive. Detto questo, conta anche la responsabilità di ciascuno, dinanzi all’istinto alla pigrizia. Lo sport fa bene, e tanto, anche in età avanzata, come ribadiscono le ultime ricerche scientifiche. Non è mai troppo presto, o troppo tardi, per cominciare.